Faro 1948 – 2023: da azienda padronale a manageriale

La visione di Cristina Cesari, dal 2009 General Manager dell’azienda di famiglia Cristina Cesari, figlia di Tiziana Favonio, è stata chiamata nel 2009 a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia e a progettarne il futuro. Legatissima al nonno, inizia giovanissima a lavorare in Faro, prima collaborando alla stesura di manuali tecnici, per poi passare all’ufficio commerciale, con brevi esperienze agli acquisti e alla contabilità.

La sua è stata una formazione sul campo: cosa le ha insegnato suo nonno?

Mio nonno mi ha insegnato tantissimo, ma non qui in azienda: a casa, in famiglia. Per me è stata una figura paterna, una guida.

Si può dire che dal punto di vista professionale mi sono creata da sola i miei valori. Da mio zio Angelo ho preso lo spirito creativo, la curiosità: non fermarsi mai davanti al già noto, ma cercare ancora, proiettarsi verso il futuro.

Dalla mamma l’importanza di essere rispettosamente sempre sincera, anche nel dover dire cose impopolari. Dal nonno invece direi più l’attenzione al prossimo, la voglia di prendersi cura del benessere di tutti.

Credo di avere fuso in me questi elementi, che oggi sono la matrice del nostro fare impresa.

Come definirebbe questo modo di fare impresa?

Diciamo che FARO non sarà mai l’azienda del “vendi e pentiti”: per noi ogni prodotto deve fare la differenza.

Prendiamo la nostra Eva Cam: integrare una telecamera in una lampada poteva essere una semplice iniziativa di marketing, in cui dotiamo una lampada di un nuovo accessorio. Invece ci siamo presi il tempo per capire quali reali benefici potesse apportare una lampada integrata, e poi l’abbiamo sviluppata con la collaborazione degli stessi dentisti, per ottenere prestazioni che fino a quel momento nessun prodotto riusciva a dare.

Il risultato non è la somma di due prodotti, ma un prodotto innovativo, in cui una camera con eccezionale profondità di campo, grazie alla luce, permette di riprendere ogni fase dell’intervento, in qualunque punto della bocca.

E non dimentichiamo che migliorare il lavoro del professionista significa migliorare la sua produttività e qualità di vita, e quindi anche la salute dei pazienti.

Fare bene è una reazione a catena: a ogni passaggio si moltiplica, estende il suo raggio, alimenta nuove imprese.

Qual è stato il suo primo pensiero, nel momento in cui le è stato chiesto di dirigere l’azienda?

Il mio modo di dirigere è in continuità con quello del nonno e dello zio, ne è l’evoluzione: il vero cambiamento è stato prendere un’azienda fortemente padronale e trasformarla in un’azienda manageriale.

La transizione è costata fatica, naturalmente, come ogni riassetto. Abbiamo condotto una campagna di razionalizzazione, per riportare in FARO le quote di partecipazione di soggetti che negli anni avevano perso interesse nelle nostre attività, e abbiamo lavorato per costruire un progetto che oggi tutti i soci e tutti i dirigenti condividono, con entusiasmo e dedizione.

Il mio ruolo è la sintesi, la cucitura di queste visioni – diverse e originali, ognuna di grande valore – in una comunità dinamica, affiatata.

Quale FARO ha in mente per il futuro?

La mia FARO è quella che produce e guadagna dalla vendita di prodotti innovativi e competitivi con grande attenzione alla sostenibilità.

Per quanto il mio settore di elezione sia la finanza – e forse sarebbe anche una strada più facile per fare profitti – non investiremo nel mercato finanziario: il reale valore di quello che facciamo è nella produzione, facendo attenzione all’ambiente.

Questa è la nostra identità, la scelta migliore secondo noi. Il tema della sostenibilità è giunto all’apice delle priorità di qualsiasi azienda responsabile.

È “Il Tema” da affrontare per tutti, e da affrontare tutti insieme, se vogliamo sostenere un pianeta vivibile per le generazioni a venire. Ovviamente ci sono ancora tanti aspetti da considerare. È un processo in divenire, abbiamo appena iniziato.

Come affrontate il tema sostenibilità in FARO?

Noi di FARO perseguiamo le QUATTRO R (RIDURRE, RIUTILIZZARE, RICICLARE E RIPENSARE) che sono pilastri essenziali nella guida della responsabilità ambientale per le aziende di oggi. Per esempio, abbiamo RIDOTTO l’utilizzo di carta e imballaggi e il consumo di acqua e di elettricità.

Abbiamo in corso un progetto in collaborazione con A2A Energy Solutions, azienda multiservizi di energia, per acquistare energia da fonti rinnovabili, ridurre l’impatto ambientale, efficientare i consumi e soprattutto produrre energia elettrica autonomamente con impianti fotovoltaici.

Sull’aspetto del RIUTILIZZO, in particolare, mi piace sottolineare il grande lavoro sugli stand fieristici, che fin dalla fase della progettazione degli allestimenti prevede la selezione di materie prime, arredi e prodotti in un’ottica di completo recupero dei singoli componenti, allungandone la vita ed evitando sprechi in fase di smaltimento.

Per quanto riguarda il RICICLO abbiamo pensato – oltre ad applicare le buone pratiche di raccolta e smaltimento rifiuti – di destinare i prodotti ancora efficienti ma invenduti ad associazioni che portano le cure nei Paesi in via di Sviluppo. Per esempio, con Solidarietà Medico Odontoiatrica nel Mondo onlus e Amici di Betharram onlus, in Burundi e Repubblica Centrafricana. E stiamo inviando attrezzature anche per gli studi dentistici di due missioni francescane in Guinea Bissau.

E poi siamo sempre aperti a nuove iniziative, come è capitato recentemente per una missione in Romania, a cui abbiamo fatto pervenire componenti per il riunito di uno studio dentistico.

E per il “RIPENSARE”?

Abbiamo da pochi anni ristrutturato lo stabilimento, applicando le migliori tecnologie per il risparmio energetico, introdotto politiche aziendali plastic-free e investito in informazione e formazione di dipendenti, clienti e stakeholder.

Dal periodo pandemico abbiamo imparato a ridurre viaggi e trasferte, organizzando meeting virtuali e ibridi. L’aspetto più importante, però, resta la nostra filosofia di gestione e produzione: immettere sul mercato prodotti di qualità che durino nel tempo.

Da sempre siamo in totale controtendenza con le politiche di obsolescenza programmata – e ne andiamo molto fieri.

La storia di FARO è legata a doppio filo alla storia di Ornago. Come vede oggi il rapporto con il territorio?

È un rapporto ancora molto stretto, e a me piacerebbe contribuire a consolidarlo ancora. Non solo con le tante iniziative che sosteniamo e quelle che sosterremo in futuro, ma anche con progetti pensati appositamente per il paese.

Uno per tutti: è sempre stato il mio sogno riaprire la Bocciofila. Un centro di aggregazione, pensato per i cittadini, e certo non solo per gli anziani, un luogo dove poter trascorrere il tempo libero in tutta tranquillità. E così ritrovare il senso di comunità che ancora abbiamo dentro, ma non riusciamo a esprimere. La Bocciofila era la passione del nonno, ci rimase molto male quando dovette chiudere.

La intitoleremo a lui, perché è a lui che dobbiamo l’idea di FARO come impresa che migliora la vita delle persone, impresa che moltiplica il valore che, essendo per tutti, diventa duraturo nel tempo.

Faro è un’azienda familiare giunta alla terza generazione. Possiamo dire che la quarta si sta già preparando?

In realtà sì! Per quanto riguarda la mia generazione, sono coinvolti anche mia sorella e i miei cugini, anche se non hanno un ruolo operativo.

Per la prossima, mio nipote sta già lavorando nei reparti di produzione e possiamo immaginare che anche i miei secondi cugini, una volta raggiunta l’età da lavoro, possano pensare di candidarsi a un ruolo in FARO, seguendo un percorso di apprendimento e crescita professionale che fornisca loro una visione completa di come funziona l’azienda.

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